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Due americane in Italia

di Cecilia | 8 giugno 2010 | 14:30 | In giro | Permalink | Commenti (0)

Dopo aver ascoltato, parlato e pensato per dieci giorni in american-english… rieccomi a scrivere in italiano del recente soggiorno in Italia di due amiche americane, Holly e Jessica.

Non andrò a fare un resoconto dei luoghi visitati (Milano, Lago di Como, Engadina, Varese, Firenze, Venezia, Verona), ma mi soffermerò su alcune differenze che questo scambio culturale ha fatto emergere.

Le due ragazze del Tennessee, studentesse di Farmacia, sbarcate il primo giorno nel capoluogo lombardo, si sono fatte subito l’idea che a Milano si paga tutto, anche per fare fotografie, e che sia meglio andare in giro con le mani occupate.
Appena giunte in piazza Duomo, l’aria da turista delle ragazze è stata premiata: in pochi minuti Holly si è ritrovata con un braccialetto al polso e con le mani piene di granoturco…

Piccioni Piccioni

… e di piccioni.
Divertite dalla situazione, si sono congedate con una serie di “Thank you”, “Bye Bye”… Non è stato facile spiegare loro che anche quei tizi avrebbero ringraziato e salutato, ma solo dopo aver ricevuto qualche euro.
Uno scatto fotografico a una statua vivente è stato, invece, ricambiato con un gesto eloquente che stava per “Grazie della foto, ma ora dove vai? per favore vieni qui a mettere qualcosa nella scatoletta”.

Statua vivente

L’approccio con il caffè italiano è stato abbastanza amaro: per bere un caffè espresso hanno impiegato più o meno il tempo che ci metterebbe un astemio a bere un bicchiere di Jack Janiel’s, il rinomato whisky del Tennessee.

A proposito di alcol, sono rimaste sbalordite di come in Italia sia tanto facile comprare gli alcolici. In effetti in Italia non c’è molta coerenza: è proibito vendere alcolici a chi a meno di sedici anni, ma nei distributori automatici (accessibili a chiunque) si trovano anche lattine di birra.

Distributore automatico

In molti stati americani, invece, ventun’anni è l’età minima per acquistare alcolici. Non meravigliamoci quindi se i ragazzi americani in vacanza in Italia, talvolta, preferiscano le sbornie ai beni culturali.

Ma, a differenza che in Italia, possono prendere la patente di guida già a sedici anni. C’è da dire però che in alcune zone degli Stati Uniti, come il Tennessee, avere l’auto è indispensabile, viste le grandi distanze tra i centri abitati.
Inoltre i mezzi pubblici, ad eccezione delle metropoli, sono poco diffusi ed efficienti come nei paesi europei e sono considerati trasporti per gente povera, così come pure i treni e, sembra un paradosso, i taxi.

Non sono certo per persone povere le università americane. Dopo aver saputo quanto costa la frequenza ai corsi quadriennali della specializzazione universitaria, posso affermare con tutta franchezza che le università italiane non sono per nulla costose e citare un paio di frasi lette in una guida a usi, costumi e tradizioni degli USA: “Molte famiglie iniziano a risparmiare per l’università prima che il figlio abbia pronunciato la prima parola”, “Molti studenti devono mantenersi agli studi lavorando, questo significa che tanti di loro si ritrovano contemporaneamente laureati e gravati da un pesante debito”.

L’argomento cucina merita un discorso a parte, ad ogni modo il concetto è più o meno questo: in Italia si mangia un’insalata mista per mangiare della verdura, in America per mangiare i condimenti che l’accompagnano; in Italia si mangia un piatto di tagliatelle al ragù per mangiare della pasta, in America per mangiare il sugo di carne.
In dieci giorni di cucina italiana l’occasione di mettere insieme quello che c’era a portata di mano non gli è mai mancata. Ho visto condire l’insalata con il formaggio grana… olio e sale sembrava poco sostanzioso. Per assaggiare il gorgonzola ho visto prendere una fetta di pane, spalmarci il philadelphia, poi metterci una fetta di salame e sopra il gorgonzola. Ma al palato non è piaciuto. Ci credo, è come se un italiano per provare il peanut butter prendesse una fetta di pane, ci spalmasse la marmellata di lamponi, poi ci mettesse un gianduiotto e sopra il peanut butter.
Comunque, hanno apprezzato i piatti italiani e hanno imparato a fare la pizza.

Pizza Pizza
Pizza Pizza

Un accenno all’abbigliamento: si sono stupite che noi stendiamo i panni all’aria aperta per farli asciugare e poi li stiriamo e li pieghiamo. Loro mettono i panni nella lavasciuga e li indossano così come escono… si ricordano che esiste il ferro da stiro solo quando devono andare a qualche cerimonia.

Dopo questa esperienza aggiungo qualche parola nuova al mio vocabolario inglese, tra cui: dead end, yummy, hot mess e barn owl. Ma quali saranno le parole italiane che Holly e Jessica hanno imparato? come le pronunceranno?

Non importa avere imparato tante o poche parole, l’importante è saper dire barbagianni!

Barbagianni



Coming soon…

di Cecilia | 31 maggio 2010 | 20:18 | Notizie | Permalink | Commenti (1)

Italy 2010



Le avventure di una segretaria

di Cecilia | 4 aprile 2010 | 16:00 | Eventi | Permalink | Commenti (1)

Si è conclusa per me da qualche giorno un’altra esperienza al seggio elettorale in qualità di segretaria. Poiché è stata la terza volta che sono stata nominata segretaria e la seconda durante le elezioni regionali, a mio avviso le più complesse, sono in grado di raccontare con estrema imparzialità ciò che accade nei tre giorni di lavoro in un ufficio elettorale di un paese che ha tra i suoi elettori il Ministro dell’Interno, dal cui ufficio dipendono le elezioni stesse.

Innanzitutto, prima che domani vadano tutti a inserirsi nelle liste degli scrutatori, vorrei avvertire chi non ha mai vissuto quest’esperienza che il lavoro dei componenti di un seggio elettorale è abbastanza impegnativo: sia per il numero di ore, sia per la concentrazione durante il servizio. Inoltre, se doveste essere scelti dal presidente come segretario di seggio, riflettete bene prima di accettare perché vi spetterebbero tre giornate intense a compilare verbali, registri, buste ecc… non per niente la figura del segretario è etichettata come quella che scrive interrottamente per tre giorni.

Il cambio dell’ora in questa tornata elettorale non è stato certo un problema per i componenti del seggio. Visto che in due giorni e mezzo hanno lavorato oltre trenta ore, dormire un’ora in meno non è che abbia fatto molta differenza. Vi dico solo che non ho mai avuto tanta incertezza su che ora fosse come domenica mattina: tra orologi radiocontrollati che hanno corretto l’ora automaticamente, orologi vari in casa che erano rimasti all’ora solare, orologi di cellulari che erano stati preventivamente fatti avanzare la sera prima nel dubbio che non si sistemassero da sé ma che nottetempo si sono portati avanti di un’ulteriore ora… la mattina alle cinque ero già sveglia. Il presidente, per sciogliere ogni dubbio, ha consultato l’NTP server del Galileo Ferraris.

Prendete un presidente, cinque giovani donne, lasciate da parte eventuali riferimenti, e ottenete il seggio presso il quale sono accaduti gli eventi che vado a raccontare.

Elezioni regionali 2010

Devo ammettere che gli elettori sono stati proprio diligenti, a partire dal primo che, forse intimorito dai numerosi cartelli di divieto di introdurre nelle cabine elettorali telefoni cellulari o altre apparecchiature in grado di fotografare o registrare immagini, non ha esitato neanche un po’ a depositare addirittura tre cellulari.

Un fatto piuttosto curioso in una sezione elettorale di un paese non molto grande è il riconoscimento: ovvero si mira a essere riconosciuti (in quanto elettori) e a riconoscere (in quanto componenti del seggio). Se i membri del seggio riconoscevano gli elettori, ma questi ultimi mostravano titubanza, bastava dire: “Non mi riconosce? Sono il figlio/la figlia di…” che subito accantonavano ogni perplessità. Talvolta, invece, il riconoscimento partiva dagli elettori stessi con frasi del tipo: “Noi ci conosciamo, ci vedevamo sempre alla messa delle 8″. Ma è capitato anche di non riconoscere alcuni elettori, una signora risentita ha borbottato: “Ho sempre abitato qui, sono anche venuta in ciabatte a votare” … come a dire che si sentiva a casa.

Interessante notare anche come si sono presentati gli elettori. Oltre alla classica coppia moglie-marito, si sono visti: il signore che ha accompagnato la madre novantenne, il ragazzo diciottenne accompagnato dalla sorella più grande, due amiche vedove. Altre famiglie hanno preferito, invece, venire a scaglioni nell’arco delle giornate, altri ancora si sono presentati con il cane al seguito e alla domanda ironica di un membro del seggio: “Anche il cane vota?”, l’elettore, serafico, ha risposto: “Sì, è abituato!”.

Il registro che più di tutti ha dato spazio alla fantasia nell’ufficio elettorale è stato quello dei naviganti (marittimi e aviatori). Visto che nel comune della sezione non vi sono porti né aeroporti, abbiamo ribattezzato la categoria “naufraghi e mongolfiere”. Eravamo pronti ad attendere possibili naufraghi dell’Olona e atterraggi di palloni aerostatici, ma questi casi speciali non si sono verificati.

Tra gli aneddoti che sono occorsi negli anni e che ormai sono passati alla storia, ne cito due.
Durante un referendum con otto schede, un signore anziano uscì dalla cabina con tutte le schede l’una nell’altra. Alla richiesta di uno scrutatore: “Deve separare le schede!”, l’elettore ritornò nella cabina dove piegò le schede diversamente ma mettendole di nuovo l’una nell’altra. A quel punto lo scrutatore, non sapendo come spiegarsi, gli disse: “Deve dividere le schede!”. Mai verbo fu più sbagliato in tale situazione: l’elettore uscì dalla cabina con le schede divise in tanti quadrati… aveva strappato le schede e ne aveva fatto un puzzle.
Lo scambio delle tessere elettorali tra amiche anziane vicine di casa può succedere, soprattutto se ci si reca sempre insieme al seggio. Ma se capita una volta che una delle due è al mare e l’altra si reca alle urne con la tessera dell’amica, cosa può succedere? Il caso si è risolto con un duplicato della tessera elettorale, ma da quel giorno non sono più andate insieme a votare.

Con frasi quali: “Ieri era il giorno delle firme, oggi è il giorno dei numeri, domani sarà il giorno delle crocette”, “Il mio gatto prima di uscire di casa si mette il guinzaglio”… si allietavano i momenti di calma, sebbene non fossero così frequenti. Trovare un momento per mangiare un trancio di pizza o una brioche per i componenti dell’ufficio elettorale non è stato facile. Se si addentava un boccone, puntualmente si presentava un elettore o arrivava una telefonata dal comune. In un caso ci ha pensato il poliziotto, in servizio presso la sezione, rispondendo: “Il presidente in questo momento ha la mascella impegnata”.

A tenere alte le forze fisiche e il morale ci ha pensato personalmente il sindaco che, aiuatata dal marito, ha viziato i componenti del seggio con dolci caserecci, tisane speziate, caffè multicereale e… il punto forte: sciroppo d’agave, per chi non si accontentava del solito zucchero. È stato proprio questo sciroppo, la cui confezione trasparente rivelava una sostanza viscosa gialla che molto ricordava un tipico shampoo per bambini, che ha acceso un dibattito sulla natura di tale vegetale.

Sciroppo d'agave

Con la battuta del presidente: “Ho iniziato in giacca e cravatta, ora sono passato al maglione, finiremo stasera in pigiama” ha preso il via lo scrutinio. Quest’ultimo, con oltre tre ore di spoglio di schede, è forse la parte più noiosa, ma richiede la massima attenzione di tutti: mentre il presidente legge il voto espresso sulla scheda, scrutatori e segretario registrano man mano i voti sulle tabelle di scrutinio, che assomigliano vagamente alle schedine del totocalcio.

Per fortuna che ogni tanto saltava fuori qualche scheda che smorzava l’atmosfera e scatenava l’ilarità dei presenti. Su una scheda è stata trovata la scritta: “scheda nulla”… mancava solo che l’elettore aggiungesse “firmare da almeno due componenti l’ufficio e includere nella Busta n. 5 (R.)/D” che i membri del seggio avrebbero ringraziato per aver facilitato loro il compito.

Le curiosità su quello che salta fuori durante l’apertura delle schede non mancano: si narra che durante uno scrutinio di parecchi anni fa, all’interno di una scheda fu trovata addirittura una fetta di salame. Più volte è anche capitato di trovare una scheda con una preferenza poco comprensibile, ma solo dopo diversi minuti che nessuno riusciva a decifrare il candidato, una scrutatrice ha esclamato: “A me, più che una preferenza, sembra la firma dell’elettore!”.

La compilazione dei plichi è il momento finale che tutti aspettano, seppure con qualche perplessità. Ora, d’accordo inserire una busta nell’altra come le matriosche e scoprire solo all’ultima busta che quella più esterna deve essere timbrata con il bollo che è stato chiuso nella busta più interna, ma qualcuno mi spiega come sia possibile che alla fine tutte le schede votate vadano inserite in una busta che al massimo può contenere le schede bianche? Anche perché se le schede vengono consegnate al seggio in scatoloni e non in buste, ci sarà pure un motivo!

Per chi fosse curioso di sapere i risultati



Peace flash mob

di Cecilia | 10 marzo 2010 | 21:00 | Amarcord, In giro | Permalink | Commenti (0)

Sapere da poco cos’è un flash mob e scoprire che quello strano evento a cui hai assistito e che hai ripreso in un video, una serata di aprile 2003 a Barcellona, ha tutte le caratteristiche per essere un micro flash mob.

Ora, se il primo flash mob si svolse a maggio 2003 a New York, queste cos’erano… le prove generali?



Per due trattini iPhone perse la firma

di Cecilia | 4 febbraio 2010 | 19:42 | Web | Permalink | Commenti (0)

Mi rendo conto che di fronte alle disquisizioni sul nuovo nato in casa Apple può sembrare poca cosa, ma sono un po’ di giorni che sto affrontando con un amico una sottile discussione di cui vorrei rendervi partecipi.

La faccenda è nata in seguito a una mail ricevuta che riportava in calce “Sent from my iPhone”.
Da buona conoscitrice degli standard della firma, ho fatto presente al mittente che la firma non rispettava la netiquette.
Nulla di male, per carità, ma siccome è una persona precisa, ho preferito informarla dell’ “infrazione” commessa.

Come previsto dalla netiquette, infatti, lo standard che delimita la firma dal resto della mail è una sequenza ben precisa: trattino, trattino, spazio, invio.
Per esempio:

--
Sent from my iPhone

Il delimitatore di firma non è qualcosa di estetico, ma è uno standard utilizzato da molti client di posta elettronica per riconoscere le firme.

Da qui è nata la controversia sul fatto che la firma originale nelle mail da iPhone non sia corretta.
Quindi mi chiedo: per quale motivo Apple non ha aggiunto quella manciata di caratteri prima della firma vera e propria?

Poi, vabbe’, ognuno è libero di modificare la firma come preferisce, anche mettendo dieci trattini, dodici asterischi o una nave da crociera.

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